Il mondo della montagna e il suo testimone
Scrittore per Einaudi, compagno di Primo Levi e di Mario Rigoni Stern, il cuneese Nuto Revelli ha dato la parola agli abitanti della Val Maira e della Valle Stura. Attraverso i suoi libri si ricompone un mosaico umano, un affresco di genti e di testimonianze.
Cuneese, ufficiale degli alpini, Revelli ferito sul fronte russo del Don scopre lo scandalo delle retrovie italiane: furti, corruzione, cibo e vestiario sottratti prima che possano raggiungere i soldati in prima linea.
Il diario della ritirata di Russia, “Mai tardi”,
rappresenta la più vivida testimonianza della letteratura italiana su
quella pagina di storia. Le pagine di “Mai tardi” costituiscono
la prima parte del volume “La guerra dei poveri”,
ritratto della coscienza lacerata di un italiano in guerra: i facili entusiasmi
dell’avanzata in terra sovietica, la controffensiva russa, la disfatta.
Dopo l’8 settembre 1943, Revelli costituisce una delle prime formazioni
partigiane del Cuneese, che nella battaglia della Valle Stura portano alla
liberazione di Cuneo.
Attraverso la guerra, Revelli si accosta alla montagna: “Da partigiano - confida - vidi finalmente le case dei miei alpini in Valle Stura, le case di cui in Russia parlavano con nostalgia infinita: abitazioni miserevoli, senz’acqua, senza luce elettrica, senza strade”.
Comincia così a interessarsi al problema sociale della montagna. Libri come “La strada del Davai” e “L’ultimo fronte” raccontano di montanari-soldati spediti sui fronti di guerre lontane. Con “Il mondo dei vinti”, del 1977, Nuto Revelli scrive il suo atto d’accusa contro la società industriale che ha condannato le valli alpine piemontesi.
Tutta l’opera dello scrittore cuneese è legata alla montagna: “L’anello forte”, dedicato alle donne contadine; “Il disperso di Marburg”, indagine sull’uccisione di un ufficiale tedesco a Cuneo; “Il prete giusto”, testimonianza di don Raimondo Viale, parroco di Borgo San Dalmazzo.
Grazie a Nuto Revelli è cresciuta la coscienza civile della montagna, nonostante il pessimismo dell’autore: “Le strade aperte tardivamente nelle valli sono servite solo a far scappare più in fretta gli ultimi montanari, e le stesse comunità montane sono state create troppo tardi, quando ormai i montanari nelle nostre vallate non c’erano più”.
