La Battaglia del Piemonte

La grande giornata dell'Assietta

Ultimo atto della Guerra di Successione austriaca, nel 1747, sullo spartiacque tra alta val Susa e val Chisone la sanguinosa resistenza dei soldati sabaudi proiettò per la prima volta il piccolo Regno di Sardegna tra i grandi protagonisti della politica europea.

di Mauro Minola (storico)

La chiamarono anche "la Battaglia del Piemonte". Uno scontro decisivo, perché proiettò in Europa il piccolo Regno di Sardegna inserendolo per la prima volta fra i protagonisti della politica continentale. La battaglia dell’Assietta è l’ultimo episodio di rilievo della Guerra di Successione austriaca che si combattè tra il 1742 e il 1748 tra Francia e Spagna da una parte e Regno di Sardegna ed Impero austriaco dall’altra. Per risolvere la perdurante situazione di stallo che si era venuta a creare nella primavera del 1747, nel corso dell’avanzata franco-spagnola sulla Riviera Ligure, le corti alleate di Versailles e di Madrid avevano progettato una nuova invasione del Piemonte che, come quella del Lautrecht, fosse in grado di distogliere truppe dall’assedio di Genova.

La direzione di tale azione diversiva fu affidata al fratello del comandante delle forze alleate in Italia, il cavaliere Armand Fouquet di Belle-Isle. Verso la fine di giugno, le informazioni raccolte dal servizio segreto del Re di Sardegna Carlo Emanuele III, confermando la fondatezza del piano franco spagnolo, allarmarono l’intero Stato Maggiore. A disposizione c’erano solo una decina di battaglioni; non potendo togliere uomini alle forze impegnate su gli altri fronti, il Re pensò bene di attestarsi alla difesa del Forte di Exilles (vedi Alta Valle Susa), minacciato dai movimenti nemici. Diede così via libera, il 14 giugno 1747, al piano per la difesa delle valli della Dora (vedi Bassa Valle Susa e Alta Valle Susa) e del Chisone elaborato dal marchese Balbiano, governatore di Susa (vedi Bassa Valle Susa). Tale progetto prevedeva di concentrare le scarse forze piemontesi sulle alture del crinale spartiacque Dora-Chisone, dispiegandole dal Colle del Gran Serin all’altopiano dell’Assietta.

Il punto di maggior interesse militare di tutto il tratto di spartiacque era proprio rappresentato dalle praterie dell’Assietta: da qui passava la via più breve di comunicazione tra Exilles (vedi Alta Valle Susa) e Fenestrelle e un invasore che avesse voluto assediare il Forte di Exilles sarebbe stato costretto ad occupare con le sue forze l’altopiano. Pertanto, finché la difesa teneva saldamente la posizione, non era possibile procedere all’accerchiamento della fortezza.

Forte di Fenestrelle dal colle delle FinestreLa zona, già fortificata durante la manovra del Lautrecht, venne trasformata nel giro di un mese in un enorme campo trincerato, costituito da trinceramenti elevati in muretti a secco, che, in linea continua, circondavano completamente il Piano dell’Assietta, il rilievo della Testa dell’Assietta e la rocca del Gran Serin. Sulla Testa dell’Assietta, il punto più avanzato rivolto verso il nemico, fu elevata la Ridotta della Butta, alla quale venne dato maggiore rilievo e solidità. Sulla vetta del Gran Serin le fortificazioni raggiunsero il massimo sviluppo nella robusta Ridotta del Serano.

Mentre fervevano i lavori attorno ai trinceramenti, i soldati cominciavano a salire sul colle: primi fra tutti un battaglione del Reggimento di Guardia al comando del maggiore Paolo Novarina di San Sebastiano e uno del Reggimento provinciale di Casale del conte Giuseppe di Priocca. Seguirono altri quattro battaglioni di mercenari svizzeri che facevano parte dell'esercito sabaudo (due battaglioni del Reggimento Kalbermatten, uno del Reggimento Meyer e uno del Reggimento Roy). Il 17 luglio giunsero altri quattro battaglioni austriaci al comando del Conte di Colloredo.

Nella giornata del 19 luglio, il Bricherasio e i suoi generali Alciati e Martinengo, potevano disporre così di tre battaglioni piemontesi, quattro svizzeri e quattro austriaci, per un totale di circa 7400 uomini. La Ridotta della Butta e le sue adiacenze vennero occupate dal Reggimento di Guardia e dal battaglione Casale. Gli Svizzeri salirono al Gran Serin, mentre i battaglioni austriaci si distribuirono nelle ridotte e nei trinceramenti del Piano de la Sieta.

Come previsto il 15 e il 16 luglio 1747 il Belle-Isle passò il Monginevro (vedi Alta Valle Susa), calando nell’alta valle di Susa con 32 battaglioni. Nelle prime ore del 19 luglio, dopo una sommaria ricognizione del campo nemico, il Generale francese divise i suoi soldati in tre distinte colonne: alla sua sinistra una colonna di 7000 uomini al comando del Maresciallo de Mailly sarebbe scesa sul versante della Dora; al centro 3000 fanti e granatieri al comando dello stesso Belle-Isle e del Maresciallo d’Arnaud dovevano proseguire sulla linea di cresta in direzione delle fortificazioni più avanzate della Testa dell’Assietta; a destra, 14 battaglioni, circa 10000 soldati, del generale de Villemur avrebbero tentato una manovra di aggiramento delle difese austro-piemontesi, passando sul versante della val Chisone.

Alle dieci del mattino del 19 luglio 1747 i Francesi, giunti fino a cinquecento metri dai nemici, al di fuori della portata dei fucili dell'epoca, si fermarono rimanendo in attesa dell’ordine di attacco. Occorreva aspettare che il de Villemur e la sua colonna compissero lo spostamento sul versante meridionale, raggiungendo la posizione di schieramento. Per effettuare questa manovra dovevano calare nel vallone tra il Gran Cérogne e l'Assietta e risalire il ripido pendìo sud occidentale del Gran Serin. Una marcia che richiese parecchie ore e che impegnò, contro ogni previsione, tutta la giornata.

Alle quattro del pomeriggio una batteria di sette cannoni da quattro libbre, che i Francesi avevano piazzato su un’altura proprio di fronte alla Testa dell’Assietta, cominciò ad aprire il fuoco, senza comunque fare grandi danni alle solide strutture murarie della ridotta sabauda. I Piemontesi, senza artiglierie, non potevano rispondere, ma già contavano le prime vittime: "un colpo di cannone - racconta il Conte Priocca - colpì in pieno la testa di un granatiere delle Guardie e il Conte Martinengo, che era nei pressi, si ritrovò con orrore il viso cosparso del cervello del defunto. Altri incidenti di questa natura si verificarono fin dall'inizio, senza rallentare minimamente il vigore della nostra resistenza."

Alle quattro e mezza, con un impeto fuori dal comune, si scatenò l’assalto. Le scariche dei difensori risultarono più che sufficienti a ridimensionare la forza del primo attacco. A farne le spese furono soprattutto i fanti dei battaglioni del Maresciallo de Mailly: attaccando dal lato della valle di Susa, dopo un ripido e faticoso percorso in salita non riuscirono nemmeno a toccare la trincea e, crudelmente spazzati dal fuoco nemico, dovettero ritirarsi, lasciando sul campo ben 1900 uomini tra morti o feriti.

La lotta infuriò particolarmente alla Testa dell’Assietta, di fronte alla Ridotta della Butta: le truppe del D'Arnaud, sfruttando abilmente le pieghe e le inflessioni del terreno, avanzarono al riparo lungo la cresta. Giunte a tiro di pistola dai difensori, si divisero in due file che si gettarono di corsa all'attacco verso gli opposti angoli salienti della ridotta; nel percorrere la brevissima distanza che li separava dai muri persero un buon numero di soldati ma, arditamente, proseguirono senza fermarsi fino a guadagnare il piede della ridotta. Qui, al riparo del tiro nemico, tentavano con le mani di strappare le fascine, mentre altri, muniti di picconi, si davano da fare per aprire una breccia alla base del trinceramento nemico. I più arditi ed impazienti, con una buona dose di coraggio, si arrampicavano per la roccia e il muro.

I granatieri piemontesi, spronati dal valoroso Conte di San Sebastiano, salivano sui muretti e li bersagliavano a colpi di baionetta. Furono attimi terribili, ricchi di episodi di valore e di coraggio che non mancarono di stupire persino i comandanti piemontesi. Nella sua relazione il Conte Priocca scrisse:"... Non ho mai visto niente di uguale al coraggio dei capi e all’ardimento che i soldati nemici hanno dimostrato in questo attacco. I generali erano alla testa. Ranghi interi di ufficiali li seguivano e mostravano ai soldati le vie della vittoria o della morte. Malgrado il fuoco che partiva di fronte o dai fianchi della ridotta e quello dei nostri volontari, e malgrado la caduta di un numero infinito di morti e di feriti, generali, ufficiali e soldati non rallentavano minimamente il loro coraggio e la loro corsa...".

I Francesi cercarono di aggirare dal lato meridionale la ridotta, ma qui furono presi tra due fuochi, di spalle dalle fucilate dei volontari valdesi, lateralmente dai tiri dei fucilieri del battaglione Casale, schierati nelle ridotte verso il Piano dell'Assietta. La furia dell'attacco raggiunse livelli di violenza incredibili, tant o da costringere i Valdesi a ripiegare verso i più sicuri trinceramenti orientali; ma il fronte non cedeva di un passo, anzi, a rincalzo dei granatieri delle Guardie, arrivarono quelli del Reggimento Casale e tra gli uni e gli altri nacque una gara di valore. Nonostante il nutrito fuoco di sbarramento, qualche valoroso avversario riuscì ad arrampicarsi sui trinceramenti: "un ufficiale - racconta ancora il Priocca - è montato sul parapetto della ridotta. Coraggioso ma sventurato, ha gloriosamente finito troppo presto la vita, cadendo sotto il ferro di un caporale dei granatieri del Casale che gli ha infilato la baionetta nel ventre."

In posizione arretrata il Belle-Isle, fermo presso l’altura dei cannoni, osservava irritato lo svolgimento della battaglia e l'ostinata resistenza dei difensori della Butta. Non sembrandogli abbastanza vigorosi gli sforzi che i suoi soldati stavano compiendo, scese da cavallo e corse sul luogo della lotta: qui incitò i suoi all'assalto della ridotta, quindi, impugnando una bandiera raccolta da un alfiere ferito, si gettò innanzi verso l'erto pendìo: raggiunto il saliente che sporgeva sulla valle della Dora, piantò il vessillo sopra una piccola breccia che i suoi soldati avevano incominciato ad aprire presso il rientrante della tenaglia. "Le voilà dans la terre du Roy!" urlò con tutta la sua forza, ma l'eco delle sue parole si perse nel fragore dello scontro. In quello stesso momento un fuciliere piemontese lo colpì con un colpo di baionetta al braccio; subito dopo venne stroncato da due fucilate e cadde a terra fra i suoi uomini. Con il comandante caddero anche il D’Arnaud, cinque colonnelli e un gran numero di ufficiali.

La morte eroica del Belle-Isle non placò il vigore dei Francesi: il Maresciallo de Villemur continuò ad avanzare sulle posizioni del Gran Serin, su una scarpata quasi inaccessibile. La manovra di questa colonna preoccupò non poco il Conte di Bricherasio: se i nemici fossero riusciti a spezzare la resistenza dei battaglioni del Gran Serin, tutte le altre posizioni sarebbero state immediatamente aggirate e perse. Per fermare il disegno avversario chiese quindi il rinforzo di truppe dalla Testa dell’Assietta e dall’altopiano e salì a difendere la posizione.

Nella narrazione di questi particolari della battaglia si inserisce l’episodio del cosiddetto "rifiuto del San Sebastiano", una leggenda che trovò nel secolo scorso una larga diffusione, ma che ora ha ceduto il passo all’esame della critica storica. Secondo tale racconto, in questa fase dello scontro, il Bricherasio avrebbe ordinato al Conte di San Sebastiano di ritirarsi dalla Testa dell’Assietta. Per tre volte questi si sarebbe rifiutato di eseguire l’ordine e la vittoria sarebbe stata una conseguenza di questo ostinato diniego: i Francesi avevano iniziato un ultimo e decisivo attacco alla Ridotta della Butta. I granatieri piemontesi, fieri di averla così valorosamente difesa sino ad allora, ritenevano impegnato il proprio onore a non lasciarla cadere nelle mani degli avversari e il Conte di San Sebastiano, che divideva i sentimenti dei suoi uomini, avrebbe esclamato di fronte al terzo, ultimativo ordine scritto: "In faccia al nemico non possiamo volgere le spalle! "

Il Gran Serin riuscì comunque a resistere e a far fallire tutti i tre successivi attacchi sferrati dall’ostinato de Villemur, diecimila uomini contro poco più di duemila svizzeri: verso le sette di sera, quando si combatteva ormai solo più a colpi di pietre che di fucile, ai Francesi sconfitti non restò che ritirarsi verso il Colle di Costapiana e Sauze d’Oulx (vedi Alta Valle Susa). La battaglia terminò con la vittoria austro-piemontese: rimasero sul campo più di 4900 soldati francesi tra morti e feriti; fra gli alleati si contarono solo 219 uomini. Altri 600 feriti furono lasciati alla pietà dei vincitori nell’ospedale da campo francese al Seu di Salbertrand (vedi Alta Valle Susa).

Determinanti furono i risultati di questo epico scontro: la guerra di Successione terminò l’anno successivo con la pace di Aquisgrana, che aumentò il prestigio del Regno di Sardegna inserendolo a pieno diritto fra le grandi potenze europee. Per le genti delle valli la battaglia dell’Assietta divenne un mito da tramandare: ancora oggi, a duecentocinquanta anni dall’evento, le leggende che si raccontano ad Exilles (vedi Alta Valle Susa) parlano di ombre che si perdono nelle nebbie dell’Assietta, di tamburi che rullano nei valloni e del triste lamento di una tromba, quella del Cavaliere di Belle-Isle, che chiama a raccolta i suoi valorosi nell’ultimo disperato attacco.

Nota bibliografica
M. Minola, La battaglia dell'Assietta. 19 luglio 1747, Torino 1996.


rievocazione storica
Foto: rievocazione storica (Michele D'Ottavio)
 
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